domenica 22 ottobre 2017

NAS Pescara: ancora controlli a istituti scolastici e mense, disposta chiusura di un’area giochi




I Carabinieri del NAS di Pescara sono ancora impegnati nell’attività di controllo agli istituti scolastici, avviata in occasione dell’apertura dell’anno scolastico.
I militari hanno disposto la chiusura di un’area giochi di un asilo nido privato della provincia di Chieti, per mancanza dei requisiti strutturali e autorizzativi accertati nel corso di un’ispezione igienico-sanitaria eseguita nell’ambito della peculiare campagna di sicurezza scolastica.
I Carabinieri del NAS abruzzese hanno eseguito attività ispettiva anche presso la mensa di una scuola primaria della medesima provincia, accertando numerose carenze igienico-sanitarie: sedie e tavoli rotti,  superfici di lavoro vetuste, difficilmente lavabili e sanificabili, armadietti del personale arrugginiti. L’azienda gestrice della refezione, inoltre, somministrava ai bambini alimenti non garantiti da un adeguato sistema di tracciabilità. Nella medesima scuola i militari hanno riscontrato servizi igienici rotti, sistema di illuminazione non perfettamente funzionante, infiltrazioni di acqua alle pareti e stato di abbandono dell’area esterna.
Per le irregolarità accertate il gestore della mensa ed il Sindaco del Comune responsabile dell’osservanza delle norme tecniche relative all’edilizia scolastica, sono stati segnalati alle autorità competenti.

giovedì 23 febbraio 2017

Salmonella in anatre dall’Ungheria e Listeria in salsicce alla griglia dalla Romania… Ritirati dal mercato europeo 71 prodotti


Salmonella
Salmonella typhimurium monofasica in anatre eviscerate, senza frattaglie e congelate dall’Ungheria

Nella settimana n°49 del 2016 le segnalazioni diffuse dal Sistema rapido di allerta europeo per alimenti e mangimi (Rasff) sono state 71 (6 quelle inviate dal Ministero della salute italiano).
L’elenco dei prodotti distribuiti in Italia oggetto di allerta comprende un caso: Salmonella typhimurium monofasica in anatre eviscerate, senza frattaglie e congelate dall’Ungheria.
Nella lista delle informative sui prodotti diffusi in Italia che non implicano un intervento urgente troviamo: presenza di Listeria monocytogenes in salsicce alla griglia dalla Romania; Salmonella infantis di cosce di pollo congelato da Ungheria.

salsiccia
Presenza di Listeria monocytogenes in salsicce alla griglia dalla Romania

Tra i lotti respinti alle frontiere od oggetto di informazione, l’Italia segnala eccesso di cadmio in calamari congelati (Loligo spp) dalla Tailandia; aflatossine (B1) in pistacchi provenienti dall’Iran, attraverso la Turchia.
Questa settimana tra le esportazioni italiane in altri Paesi che sono state ritirate dal mercato l’Italia segnala un’allerta per conteggio di Escherichia coli troppo alto in vongole refrigerate (Tapes semidecussatus) distribuite in Germania.


http://www.ilfattoalimentare.it/salmonella-anatre-rasff-49.html

sabato 11 febbraio 2017

Soda caustica nella mozzarella di bufala....




La mozzarella di bufala ancora al centro di vicende tormentate. Puntuale come il ritorno delle rondini, arriva l’ennesima notizia di truffa ai danni dei consumatori.
Sono tre i caseifici della Campania coinvolti che hanno adulterato il prodotto finale. Soda caustica e latte vaccino impiegati nella mozzarella che definirla di bufala è uno schiaffo ai produttori seri.
Purtroppo non si salva nemmeno un nome che è sempre stato associato a mozzarella di qualità, cioè Bellopede&Golino fornitore di artigiani di eccellenza della pizza nel recente passato.
Né salva l’apposizione del marchio DOP alla mozzarella di bufala in vendita

Il comunicato della Procura della Repubblica del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere che chiarisce l’operazione mozzarella di bufala

In data odierna, nell’ambito dell’operazione “ARISTEO” condotta dalle Fiamme Gialle casertane, coordinate e dirette da questo ufficio giudiziario, oltre 40 militari appartenenti alla Compagnia della Guardia di Finanza di Marcianise hanno dato esecuzione a dieci provvedimenti cautelari, emessi dal G.I.P. del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – su richiesta di questa Procura della Repubblica – nei confronti di amministratori e soci di tre noti caseifici operanti nelle province di Caserta e Napoli e dei titolari di un allevamento bovino e bufalino della provincia di Caserta.
Le indagini, condotte dalla Guardia di Finanza con l’ausilio dell’Azienda Sanitaria Locale, hanno infatti consentito di disvelare un vero e proprio sistema criminoso finalizzato all’adulterazione di prodotti lattiero-caseari e alla contraffazione della denominazione di origine delle mozzarelle di bufala campana attraverso l’uso nel ciclo produttivo di un additivo non autorizzato, nonché il mancato rispetto dei vigenti protocolli sanitari a tutela dei consumatori e delle indicazioni tecniche del disciplinare del consorzio di tutela del marchio D.O.P. della mozzarella di bufala campana.
Dagli approfondimenti investigativi, è infatti emerso che i soggetti coinvolti:
– commercializzavano mozzarella di bufala con marchio “D.O.P.” contraffatto, in quanto prodotta con l’aggiunta di latte vaccino (peraltro spesso inacidito a causa del lungo tempo trascorso tra il momento della mungitura e la lavorazione finale);
– adulteravano sistematicamente il latte usato per la produzione, con l’intento di mascherare il processo di invecchiamento ed acidificazione, aggiungendo alla materia prima dell’idrossido di sodio (ed. soda caustica) – prodotto potenzialmente dannoso per la salute pubblica;
– ponevano dolosamente in commercio prodotti caseari realizzati con il latte così adulterato;
– in talune occasioni avevano acquistato ed immesso nel processo di produzione dei latticini, anche latte proveniente da allevamenti non indenni da TBC (tubercolosi) senza l’avvenuta adozione delle cautele imposte dal protocollo sanitario normativamente previsto.
In particolare, le condotte fraudolenti accertate possono ricondursi essenzialmente a tre fattispecie:
1) Adulterazione del latte crudo con additivo vietato (idrossido di sodio, ossia soda caustica).
per abbassare il livello di acidità del latte dovuto alle scarse condizioni igieniche e/o al tempo trascorso dalla mungitura alla lavorazione (latte vecchio) che comporta la fermentazione del latte con aumento della carica batterica e conseguente crollo del PH.
Con riguardo a questa condotta, è stato accertato che gli amministratori di fatto della CASEARIA SORRENTINO srl di S.Maria La Carità (NA) (CROCE Vincenzo e CROCE Antonio) nella primavera/estate del 2015 erano soliti adulterare il latte che compravano – tra gli altri dalla BRESCIALAT spa di Brescia – con soda caustica per poi rivenderlo, così adulterato, al caseificio BELLOPEDE & GOLINO srl di Marcianise (gestito da BELLOPEDE Salvatore e BELLOPEDE Luca) e al CASEIFICIO SAN MAURIZIO srl di Frattaminore (NA) (gestito da FALCONIERO Gennaro), che, pur consapevoli dell’adulterazione, utilizzavano tale latte negli ordinari processi produttivi. In pratica, il latte più vecchio veniva così adulterato e poi miscelatocon altro prima della rivendita.
Tale prassi, come attestato dal consulente tecnico, è assolutamente vietata dal Regolamento (CE) n.1333/2008. In particolare l’idrossido di sodio fa parte degli additivi non autorizzati per essere utilizzati nel latte crudo e/o pastorizzato ai sensi dell’alt. 2 della Direttiva Comunitaria 95/2/CE. Infatti l’aggiunta di tale additivo quale agente neutralizzante porta ad aumentare la carica batterica già in essere e maschera la presenza di microrganismi patogeni, potenzialmente pericolosi per la salute umana, sebbene il PH del latte, indicativo della carica batterica del prodotto, sia così fraudolentemente ricondotto a valori legali. Peraltro, neanche un successivo trattamento termico, per quanto intenso, potrà poi azzerare del tutto la popolazione microbica, rimanendo quindi la pericolosità del prodotto anche dopo l’eventuale pastorizzazione.
Il latte acido sottoposto alla pratica vietata della neutralizzazione è dunque un prodotto a rischio che non può essere commercializzato.
Se poi, come nel caso in esame, viene utilizzata soda caustica per uso non alimentare, si aggiunge il rischio chimico della presenza di metalli pesanti.
2) Commercializzazione ed impiego nei processi di lavorazione della mozzarella di bufala dì latte bufalino crudo proveniente da allevamenti non indenni da tubercolosi bovina, senza la preventiva adozione delle procedure previste dal vigente protocollo sanitario, in violazione del regolamento Ce n. 583/20014 e dell’art.9 del DM 592/95.
E’ stato accertato che nel mese di giugno 2015 (dal 12 al 21 del mese), gli allevatori di latte vaccino e bufalino di San Polito Sannitico (CE) CRISPINO Marcellino, CRISPINO Cannine, CRISPINO Cecilia e ALTIERI Anna, titolari di altrettante ditte individuali, vendevano latte crudo proveniente dai loro allevamenti risultati non indenni da tubercolosi bovina.
Infatti, a seguito di controllo dell’ASL Casetta effettuato presso l’allevamento il 9 giugno 2015, il 12 giugno dello stesso mese veniva formalmente comunicata la positività alla TBC di alcuni capi di bestiame.
Ciò nonostante, dal 12 al 21 giugno, gli allevatori, tramite l’intermediario CIERVO Antony Jean, vendevano al caseificio BELLOPEDE & GOLINO srl, con la piena consapevolezza di questi ultimi, il latte crudo senza alcuna delle precauzioni imposte dal protocollo sanitario che per legge doveva essere adottato a tutela della salute pubblica.
Nello specifico, il D.M. 592/95 prevede una serie di procedura da attivare in questi casi, tra le quali l’esclusione assoluta dal consumo umano del latte proveniente da animali positivi e l’obbligo di pastorizzazione del latte proveniente da animali negativi, appartenenti ad allevamenti positivi. Sono previste poi tutta una serie di misure di sicurezza da adottarsi all’interno degli allevamenti positivi, tra cui la raccolta del latte in contenitori separati, identificati con appositi contrassegni sotto il controllo e previa autorizzazione del Servizio Sanitario.
Nel caso in esame, si è invece persa ogni tracciabilità del latte contaminato e nessuna delle precauzioni imposte dalla legge è stata attuata, tanto che nei documenti di vendita nulla è scritto per identificare la provenienza del latte né è riportata alcuna avvertenza circa l’obbligo di pastorizzazione.
Dalle indagini tecniche è emerso poi, chiaramente, che tutti i soggetti coinvolti nelleoperazioni commerciali erano a conoscenza del fatto che l’allevamento non fosse più indenne da TBC.
E’ emerso che il caseificio BELLOPEDE & GOLINO srl di Marcianise, socio storico del consorzio a tutela del marchio D.O.P. della mozzarella di bufala campana ed uno dei maggiori produttori nazionali, produceva la mozzarella che vendeva con la certificazione di origine protetta utilizzando anche latte vaccino in violazione all’art.3 del disciplinare di produzione approvato dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, che prevede che la mozzarella di bufala campana certificata sia prodotta esclusivamente con latte di bufala intero fresco proveniente da allevamenti presenti sul territorio di riferimento.
Dai sopralluoghi effettuati e dall’analisi della documentazione amministrativo contabile è emersa la sistematica alterazione dei documenti di trasporto del latte utilizzato per la produzione, rendendo così incerta la tracciabilità del prodotto. Sono stati poi effettuati prelevamenti ed analisi di campioni di prodotto in vendita presso l’azienda stessa e nei punti vendita dei clienti del caseifìcio siti in Avelline e Airola.
Sulla base delle solide evidenze indiziarie, definite nell’ordinanza ora eseguita come un “quadro allarmante” caratterizzato da “spregiudicata e sistematica violazione delle normative di settore, poste a tutela della salute pubblica “, il G.I.P. del Tribunale di S. Maria Capua Vetere ha disposto:
gli arresti domiciliari nei confronti dei cinque amministratori dei caseifici coinvolti;
la misura del divieto temporaneo di esercitare l’attività imprenditoriale per la durata di mesi sei nei confronti di quattro membri di una famiglia di allevatori e di un intermediario commerciale di latte bufalino, ritenuti a vario titolo co-responsabili dei reati di adulterazione di sostanze alimentari, commercio di sostanze adulterate, frode nell’esercizio del commercio, commercio di sostanze alimentari nocive, vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine, vendita di prodotti agroalimentari con segni mendaci per la contraffazione della denominazione di origine.
Oltre ai provvedimenti personali, al fine di impedire ogni possibile reiterazione delle condotte fraudolente, è stato, altresì, eseguito il sequestro preventivo delle quote societarie e dell’intero patrimonio aziendale:
– del CASEIFICIO BELLOPEDE & COLINO S.r.l. di Marcianise (CE), storico produttore, distributore e commerciante di mozzarella di bufala campana, nonché socio del consorzio per la tutela del marchio d.o.p.;
del CASEIFICIO SAN MAURIZIO S.r.l. (ora in fallimento) con sede legale in Frattaminore (NA) e sede amministrativa in Orta di Atella (CE), anch’esso produttore lattiero-caseario;
– della CASEARIA SORRENTINO S.r.l. di Santa Maria La Carità (NA), fornitore di latte dei caseifìci di cui sopra, per un valore complessivo dei beni cautelati stimabile in oltre 10 milioni di euro.
Le aziende sequestrate sono state quindi consegnate per la loro futura gestione ad un amministratore giudiziario, che potrà continuare l’attività commerciale nel pieno rispetto della normativa di settore, tutelando nel contempo i numerosi lavoratori ivi impiegati.
A maggior garanzia dei consumatori, poi, le operazioni di consegna dei complessi aziendali sono state precedute da rigorosi controlli sugli impianti, sulle materie prime e sui prodotti giacenti operati da parte di ispettori qualificati dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e della locale Azienda Sanitaria.
Santa Maria Capua Vetere, 10 febbraio 2016.
Il Procuratore della Repubblica
dott.ssa Maria Antonietta Troncone

venerdì 4 marzo 2016

Lo scandalo della falsa mozzarella di bufala, scoperta shock in Campania

Treccia di bufala
La falsa mozzarella di bufala è il nuovo scandalo alimentare tutto italiano scoperto a Sparanise, provincia di Caserta
La spacciavano per mozzarella di bufala campana dop ma in realtà era un prodotto fasullo e anche altamente nocivo per la salute. Questa e altre truffe alimentari sono state scoperte dai carabinieri in un caseificio di Sparanise in provincia di Caserta, dove veniva acquistare dall’estero materie prime scadute, vendute come se fossero vero made in Italy. Ma non solo: oltre ai prodotti di bassa qualità, su tutti la falsa mozzarella di bufala venduta alle grandi catene internazionali, il caseificio smaltiva rifiuti nelle fogne e nei fiumi. Le accuse, epilogo di un’indagine iniziata nel 2011 e coordinata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere, sono pesanti: associazione a delinquere, vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine, commercio di sostanze alimentari nocive e smaltimento illecito di rifiuti. Sono 13 le persone coinvolte, tutte ai domiciliari mentre l’azienda e i sei punti vendita ad essa collegati sono ora sotto sequestro.
Le investigazioni sono scattate dopo un incidente sul lavoro costato le dita di una mano a un operaio del caseificio. Incidente che inizialmente sembrava fortuito anche se indagini più approfondite hanno appurato che era stato causato dalla manomissione di un macchinario, allo scopo di aumentare la produzione, eliminando i sistemi di sicurezza per gli operatori. E’ emerso che alla guida del caseificio vi era una vera e propria associazione per delinquere: la mozzarella di bufala campana dop era un falso, ottenuta mesclando il latte di bufala con il latte vaccino e con una carica batterica di 2000 volte superiore ai limiti consentiti, pertanto altamente nociva per la salute. Oltre ai titolari del caseificio la maxi truffa alimentare coinvolgeva anche alcuni dipendenti e collaboratori oltre che alcuni operatori dell’Asl compiacenti, i quali anzichè effettuare approfonditi controlli sanitari si limitavano a un controllo simbolico preceduto da un avviso. In questo modo il caseificio poteva mettersi temporaneamente in regola, per poi riprendere a vendere prodotti alimentare scaduti all’estero.
Daniele Orlandi | Tutti i diritti riservati

Via libera del Ministero all’acqua ossigenata per abbellire l’aspetto dei molluschi: nessun problema per la salute dicono gli esperti



seppia molluschi
La miscela con acqua ossigenata verrà usata solo per molluschi cefalopodi come totani, seppie e polpo
La Direzione generale per l’igiene e la sicurezza degli alimenti e la nutrizione del Ministero della salute ha deciso di autorizzare – previo parere da parte del Consiglio Superiore di Sanità – l’uso di «una soluzione contenente perossido di idrogeno (acqua ossigenata, ndr) nei prodotti della pesca destinati al consumo alimentare umano». La nota ministeriale muta completamente le norme  contenute nel precedentedocumento del 2010, dove si diceva che l’acqua ossigenata non poteva essere «in alcun modo utilizzata sul pesce fresco né essere posta a contatto con esso mediante diluizione in soluzione acquosa». L’operazione è resa possibile grazie all’utilizzo di una miscela  denominata Aquactive 3S  contenente acqua ossigenata, acido citrico e citrato di sodio. Il prodotto è destinato solo al trattamento dei molluschi cefalopodi, una specie che comprende: seppie, polpi, calamari, totani e moscardini.
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Il consumatore non riesce a distinguere tra pesce trattato e non trattato
A richiedere l’ok al Ministero della salute per l’Aquactive 3S è stata Assoittica, l’associazione di categoria che racchiude tutte le imprese operanti nel settore. L’appello è stato accolto, purché il prodotto sia usato «come coadiuvante tecnologico» soltanto per la «lavorazione dei molluschi cefalopodi eviscerati da commercializzare decongelati o congelati», a patto che «il contenuto di acqua ossigenata sia inferiore all’otto per cento e quello di acido citrico e citrato di sodio non superiore al quindici per cento». Sull’etichetta dell’Aquactive 3S devono essere indicati il «tempo di contatto» con gli alimenti e le «modalità di risciacquo con acqua prima della commercializzazione al consumatore finale» per «garantirgli un elevato livello di protezione». Ma quali strumenti ha il consumatore o il gestore di una pescheria per riconoscere un calamaro  trattato? «Non ci sono strumenti – precisa Vittorio Maria Moretti, direttore della scuola di specializzazione in allevamento, igiene, patologia delle specie acquatiche e controllo dei prodotti derivati all’Università Statale di Milano – perché visivamente mancano segni per distinguere i molluschi trattati con una miscela diluita di acido citrico e citrati dagli altri. Questa aggiunta, però, non modifica i caratteri tipici relativi alla freschezza del pescato come la rigidità cadaverica e l’odore».
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L’utilizzo della nuova miscela secondo gli esperti non comporta problemi di sicurezza alimentare
L’impiego di  Aquactive 3S non comporta rischi sanitario, così si esprime un documento diffuso dalla Regione Piemonte  quando scrive che «...non si ritiene sia violata alcuna norma, né di tipo sanitario né di tipo commerciale, in quanto non è compromesso l’obiettivo di sicurezza alimentare, quello di informazione per il consumatore».  L’Aquactive 3S potrà essere utilizzato soltanto nei molluschi cefalopodi e secondo Alberto Mantovani, dirigente di ricerca presso il dipartimento di sanità pubblica veterinaria e sicurezza alimentare dell’Istituto Superiore di Sanità, «in queste specie non esiste il rischio di produzione di alte dosi di istamina». Quanto all’acido citrico, «l’Efsa l’ha valutato come una sostanza di minima tossicità, che in breve tempo viene metabolizzata in anidride carbonica e acqua». Quasi da escludere è anche il rischio che alcuni consumatori sviluppino una forma di allergia nei confronti dei tre componenti del prodotto. «Acido citrico e citrati sono additivi ammessi e non sono riportati episodi allergici, resta comunque l’obbligo di dichiararli in etichetta – afferma Cristian Bernardi, ricercatore in ispezione degli alimenti di origine animale all’Università Statale di Milano -. Mentre il perossido di idrogeno (acqua ossigenata)  se usato come coadiuvante tecnologico, non lascia residui al termine della lavorazione dei cefalopodi». Trattandosi di un acido, però, esiste una possibile preoccupazione per l’azione irritante su occhi, pelle e mucose. «Potrebbe essere opportuno un uso cauto e con protezioni anche per gli operatori che “spruzzano”  il prodotto sul pescato», prosegue Mantovani.
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L’acqua ossigenata ha solo un effetto sbiancante
L’Aquactive 3S è la soluzione per andare oltre i limiti del Cafodos (un altro prodotto non commercializzabile in Italia, ma facilmente reperibile online): il suo utilizzo era stato proibito sei anni fa dopo averne scoperto l’impiego (in tonni, sardine, alici) «per ottenere nel pesce fresco un effetto conservante e sbiancante e, nel pesce azzurro, un effetto brillante». Il Cafodos rappresentava il mezzo per garantire lunga vita al pescato visto che l’acqua ossigenata ha infatti il pregio di rendere più bianche le carni (dall’esterno). In realtà il suo utilizzo non controllato può essere ingannevole, «perché il fenomeno di degradazione interna prosegue», chiosa Mantovani. «Il suo impiego ha inoltre rappresentato un rischio per la salute dei consumatori, perché il deperimento del pesce è innescato da un’aumentata produzione di istamina da parte delle masse muscolari e l’intossicazione da sgombroidi è provocata da un eccessivo introito di istamina, che in persone anziane o cardiopatiche può risultare molto grave». Da qui la stretta imposta nel 2010 dal Ministero della salute e soltanto parzialmente rivista adesso, con l’ok all’utilizzo dell’Acquactive 3S, ma solo per i cefalopodi dove non c’è il problema dell’istamina.
Twitter @fabioditodaro