mercoledì 20 agosto 2014

Polli contaminati da Campylobacter: un’inchiesta del Guardian denuncia situazioni di grave negligenza igienica e sanitaria

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Nell’immagine pubblicata dal Guardian si vedono sul pavimento di un impianto resti di pollo dopo la a lavorazione
Un’inchiesta del quotidiano britannico Guardian sta mettendo in discussione tutto il sistema di controlli alimentari riguardante gli allevamenti di polli. L’idea di verificare le condizioni dei grandi allevamenti industriali e gli impianti di macellazione è nata come conseguenza di una serie di focolai di tossinfezioni da Campylobacter, registrata negli ultimi mesi. I casi segnalati sono circa 280.000 ogni anno, le vittime 100, ma l’aspetto preoccupante è il costante trend di incremento registrato negli ultimi anni. Secondo i dati forniti dal Guardian, l’80% delle infezioni da Campylobacter in Inghilterra nasce polli contaminati. Nel 2008 risultava che due terzi della carne di pollo venduta nel Regno Unito era contaminata da questo agente patogeno, che può essere neutralizzato solo con un’adeguata cottura, e ora la FSA teme che la situazione sia peggiorata.

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I polli prima della macellazione vengono trasportati in gabbie molto piccole dove lo spazio a disposizione è minimo
I giornalisti Felicity Lawrence, Andrew Wasley e Radu Ciorniciuc hanno raccolto campioni e fotografie, e hanno intervistato alcuni lavoratori dei più grandi centri del paese, 2 Sisters Food e Faccenda in un lavoro durato cinque mesi. Il risultato è stata una lunga inchiesta che ha fatto scattare controlli a raffica in tre delle principali catene di supermercati (Tesco, Sainbury’s e Marks and Spencer), e una revisione delle norme stabilite da parte dell’agenzia per la sicurezza alimentare inglese, la Food Standard Agency (FSA). A scatenare il pandemonio sono stati gli esiti dell’indagine, e gli incidenti riscontrati nel corso dei sopralluoghi. Nel sito di 2 Sisters Food, azienda specializzata nell’allevamento di polli, i giornalisti hanno osservato che, quando una carcassa di pollo cade sul pavimento, anziché essere eliminata in quanto potenzialmente contaminata, viene raccolta e rimessa in linea (come si vede nel video qui sotto). Lo stesso accade quando si rompe un macchinario: gli animali non sono tolti dalla linea, ma restano sui nastri a volte per ore, entrando in contatto con le proprie e le altrui interiora, considerate deposito ideali di Campylobacter, che si sviluppano appunto nell’intestino degli animali.

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Frattaglie accumulate durante un guasto alla linea di confezionamento dei polli dopo la macellazione. Fonte: Guardian

Altre criticità sono state riscontrate nei passaggi che prevedono l’impiego di acqua calda: in un caso, 250.000 polli sono passati nella stessa acqua di lavaggio che via via diventavano una sorta di brodaglia ricca di budella e batteri. Situazioni analoghe sono state riscontrate nella seconda realtà industriale Faccenda, una delle più grandi aziende di macellazione del paese. Nella zona di eviscerazione ci sono strumenti adatti a polli di una taglia molto specifica: quando gli animali non rispondono a quella taglia, può accadere che essi vengano tagliati malamente, e che le interiora si diffondano sui nastri, contaminando migliaia di polli. Lo stesso accade durante il trasporto degli animali vivi, messi in gabbie molto piccole che corrispondono a un foglio di carta da fotocopia A4. Spesso gli animali restano fermi per ore, in attesa della macellazione, e in queste condizioni di stress che facilitano la produzione e l’espulsione continua di feci non rimosse , si avviano alla macellazione.

Ogni passaggio è dunque a rischio. A seguito della pubblicazione dell’articolo, la Food Standard Agency ha ordinato molte ispezioni a sorpresa nei supermercati e, dopo aver annunciato che avrebbe reso pubblici i risultati, ha cambiato idea, affermando di non avere dati a sufficienza per fornire numeri affidabili e di non voler suscitare panico nella popolazione. L’agenzia sta discutendo nuove norme, anche se quelle vigenti teoricamente dovrebbero essere sufficienti ad assicurare livelli accettabili di sicurezza igienica. Viso che le infezioni da Campylobacter costano ogni anno alla comunità 900 milioni di sterline, vuol dire che le regole non sono così tanto rispettate. Nel  2003, la FSA attribuiva ai polli venduti il 53% dei casi, ma nel 2008 tale numero era salito al 65%. È evidente, secondo i giornalisti, che bisogna prendere provvedimenti urgenti, anche  le aziende devono di investire del denaro in alcuni casi oppure accettare l’idea di rallentare il lavoro sulle linee quando bisogna procedere alla pulizia o alla raccolta dei polli che cadono per terra. Per capire il senso di questa nota basta dire che ogni ora, su una linea di macellazione dell’azienda inglese Faccenda, passano 12.000 animali (190 al  minuto).
Agnese Codignola

mercoledì 9 luglio 2014

Ormoni in maiali dalla Danimarca e Salmonella in polli francesi… Ritirati dal mercato europeo 56 prodotti

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Allerta ormoni sintetici (DES: dietilstilbestrolo) in carne di maiale dalla Danimarca
Nella settimana n°27 del 2014 le segnalazioni diffuse dal Sistema rapido di allerta europeo per alimenti e mangimi sono state 56 (6 quelle inviate dal Ministero della salute italiano).

L’elenco comprende tre allerta: la prima per Listeria monocytogenes in tartare di salmone refrigerato dalla Spagna; ormoni sintetici (DES: dietilstilbestrolo) in carne di maiale dalla Danimarca; Salmonella typhimurium in carcasse di polli congelati dalla Francia.

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Salmonella typhimurium in carcasse di polli congelati dalla Francia
Nella lista delle informative sui prodotti diffusi in Italia che non implicano un intervento urgente troviamo: eccesso di istamina in lombi di tonno pinna gialla (Thunnus albacares) refrigerati dalla Spagna; sospetto di Shiga tossina, prodotta dal gruppo Escherichia coli, in carni refrigerate provenienti da Argentina; presenza di Listeria monocytogenes in salmone refrigerato dalla Polonia. Tra i lotti respinti alle frontiere l’Italia segnala: presenza di insetticida (clorpirifos-metile) in ceci dall’Argentina; mercurio in calamari congelati (Dosidicus gigas) dal Perù.

Questa settimana tra le esportazioni di prodotti italiani in altri Paesi la Slovenia ha lanciato tre allerta per migrazione di cadmio e di piombo in tre lotti di set di bicchieri dipinti di origine sconosciuta, via Italia; l’Austria segnala la presenza di Salmonella Senftenberg in farina di soia destinata a mangimi.

Valeria Nardi

giovedì 1 maggio 2014

La black list degli otto cibi che, se consumati crudi, sono più a rischio per intossicazione alimentare Pubblicato da Redazione Il Fatto Alimentare il 15 aprile 2014

latte bicchiere
Il latte è al primo posto degli alimenti considerati pericolosi se assunti crudi
Negli Stati Uniti, la diffusione della tendenza a consumare cibo crudo, perché ritenuto più sano e nutriente, sta sollevando preoccupazioni da parte del mondo sanitario. Questi alimenti possono contenere agenti patogeni, che vengono distrutti solo dal calore della cottura. Utilizzando la banca dati online deiCenters for Disease Control, il Washington Post ha pubblicato una tabella con gli otto alimenti a maggior rischio, se consumati crudi o poco cotti.

La tabella si riferisce al periodo 1998-2011 e riporta, per ogni alimento, gli agenti patogeni riscontrati, i focolai d’intossicazione alimentare registrati, il numero delle persone che si sono ammalate, di quelle ricoverate in ospedale e di quelle decedute. Per ogni cibo viene anche suggerita una soluzione per prevenire o evitare il problema.

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Uova, carne macinata, ostriche: sono alcuni degli alimenti che negli USA va di moda consumare crudi
Latte crudo- E. coli O157:H7, Campylobacter, Salmonella e Listeria; 102 focolai d’intossicazione alimentare; 1606 persone ammalate con 92 ricoveri. (Suggerimento: pastorizzazione)
Formaggi freschi a base di latte crudo –Listeria; 15 focolai d’intossicazione alimentare; 191 ammalati, 48 ricoverati e due morti. (Suggerimento: consumare solo quelli prodotti con latte pastorizzato)
Uova crude o poco cotte– Salmonella; 110 focolai d’intossicazione alimentare; 4.246 ammalati, 190 ricoveri e un decesso. (Suggerimento: utilizzare uova pastorizzate negli alimenti che non verranno cotti, e nelle preparazioni come la cottura all’occhio di bue)
Carne macinata cruda o poco cotta - E. coli O157:H7 e Salmonella; 320 focolai d’intossicazione alimentare; almeno 3.585 malati, 457 ricoveri e otto morti. (Suggerimento:cuocere fino a quando la temperatura interna raggiunge i 71° C)
Ostriche – Vibrio vulnificus e Vibrio parahamolyticus; 124 focolai d’intossicazione alimentare; 1401 persone malate con 40 ricoveri. (Suggerimento: la pastorizzazione ad alta pressione mantiene le ostriche vivo ma uccide i batteri. Cuocere fino a che si aprono i gusci e scartare le ostriche che rimangono chiuse)
Frutta con guscio – Salmonella, E. coli O157:H7; 14 focolai d’intossicazione alimentare; 1.700 malati, 314 ricoveri e dieci decessi. (Suggerimento: pastorizzazione, la tostare, scottare o bollire)
Spinaci – E. coli O157:H7; 5 focolai d’intossicazione alimentare; 302 malati, 113 ricoveri e sei decessi. (Suggerimento: Acquista spinaci non tagliati. Lavare accuratamente prima di tagliare perché E.coli, se presente, può essere intrappolato all’interno delle foglie al momento del taglio. FDA ritiene che gli spinaci pre-lavati in busta dovrebbero essere sicuri. Cuocere prima di mangiare)
Semi germogliati – E. coli O157:H7; 43 focolai d’intossicazione alimentare; 1.384 malati, 135 ricoveri e un decesso. (Suggerimento: Irradiare con raggi gamma i semi prima che germoglino. Cuocere i germogli)

Beniamino Bonardi

Le zuppe di verdure e le minestre nel banco frigorifero dei supermercati sono a rischio botulino. È assolutamente necessario farle bollire prima di servire a tavola Pubblicato da Roberto La Pira il 10 aprile 2014


il trattamento termico durante il processo produttivo non è programmato per eliminare le spore del botulino
Il trattamento termico durante il processo produttivo non è programmato per eliminare le spore del botulino
La storia del giovane 33enne ricoverato in gravi condizioni all’ospedale di Verona dopo aver mangiato una zuppa contenente la tossina del botulino si potrebbe ripetere con altre minestre comprate al supermercato. Purtroppo è proprio così, perché il trattamento termico durante il processo produttivo non è programmato per eliminare le spore del botulino. Per questo motivo se il vasetto è conservato male, fuori dal frigorifero o si verificano altre condizioni favorevoli lungo la filiera, le spore possono germinare e produrre la pericolosissima tossina del botulino con il serio rischio di causare anche la morte a chi dovesse consumare la minestra. Certo le probabilità sono poche, ma esistono e il rischio non è quello di un mal di pancia.
Quanto accaduto con la zuppa Zerbinati rappresenta un grave episodio che nel contesto della sanità pubblica viene definito un “evento-sentinella”, utile per attivare una verifica e un confronto ad alto livello tra autorità sanitarie e rappresentanti delle imprese.

Prima di procedere va ribadito come nelle tossinfezioni da botulino, l’unica cosa certa è che le spore sono già presenti nel vasetto quando il prodotto esce dallo stabilimento. Questo può verificarsi perché l’unico trattamento che neutralizza le spore è un riscaldamento a 121°C per tre minuti che le aziende non fanno (*).
A riprova di quanto sia seria la situazione lo dimostra la stessa Zerbinati che in questi giorni ha modificato le diciture in etichetta. Se prima invitava a “versare nella pentola e scaldare a fuoco lento per alcuni minuti”, adesso consiglia di “scaldare a fuoco vivo fino ad inizio ebollizione”. Si tratta di un cambiamento fondamentale perché portando il contenuto all’ebollizione, l’eventuale tossina del botulino presente nel minestrone o nella zuppa di verdure viene neutralizzata. Questa sicurezza non si ha invece scaldando la vaschetta a fuoco lento per alcuni minuti.
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L’etichetta delle zuppe Zerbinati: a sinistra prima dell’allerta, a destra con le nuove istruzioni e l’invito a scladare fino a  ebollizione
Il problema non è marginale visto che questi prodotti classificati come REPFED (Refrigerated Processed Food with Extended Durability), ovvero cibi refrigerati pronti all’uso chiamati anche di quinta gamma, sono molto richiesti dal mercato perché non contengono conservanti e sono comodi da usare.

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Per scongiurare il rischio botulino nelle minestre pronte refrigerate è necessario scaldare e raggiungere l’ebollizione
“Tale trattamento termico non è in grado di eliminare le spore dei clostridi produttori di tossine botuliniche eventualmente presenti – precisano dal Centro Nazionale di Riferimento per il Botulismo dell’Istituto Superiore di Sanità – quindi al fine di garantirne la sicurezza microbiologica, questi prodotti devono essere necessariamente mantenuti in condizioni di refrigerazione per tutta la loro vita commerciale. Infatti, fino a quando le confezioni restano in frigorifero non ci sono problemi, perché le spore non sono in grado di germinare, moltiplicarsi e produrre le tossine. Il rischio si può manifestare quando la catena del freddo viene interrotta durante la vita commerciale del prodotto dalle fasi di post produzione fino alla conservazione domestica. Nonostante la temperatura media dei frigoriferi di casa sia maggiore di quella raccomandata (come emerge da studi effettuati a livello europeo) i casi di botulismo certamente correlati al consumo di questa tipologia di alimento sono rarissimi. In Italia, paese in cui la prevalenza del botulismo è tra le più alte in Europa, la malattia è comunque rara (circa 20 casi/anno) e quasi esclusivamente correlata al consumo di conserve alimentari di preparazione domestica.
Alla luce della situazione ora descritta è assolutamente necessario – continuano gli esperti – leggere attentamente e applicare scrupolosamente le prescrizioni riportate in etichetta in merito alle modalità di conservazione e preparazione. Sarebbe, altresì, auspicabile che i produttori, nello studio dei loro processi tecnologici, considerando anche gli eventuali rischi associati all’inosservanza delle loro prescrizioni, implementassero strategie per ridurre ulteriormente o eliminare il già basso rischio botulismo”.

il trattamento termico durante il processo produttivo non è programmato per eliminare le spore del botulino
Il trattamento termico durante il processo produttivo industriale  non è programmato per eliminare le spore del botulino
Prendendo atto di queste considerazioni e notando che alcuni produttori consigliano la conservazione in frigorifero a + 2°C (standard molto difficile da garantire) è vivamente consigliato fare bollire la zuppa o la minestra prima di metterla nel piatto (come indica Zerbinati nelle nuove etichette, prontamente modificate dopo l’incidente dei giorni scorsi).
Negli ultimi anni sono stati registrati due casi di botulino proprio su queste zuppe e il motivo è sempre lo stesso, la presenza delle spore nel vasetto confezionato perché le aziende non effettuano l’unico trattamento termico in grado di eliminare tutte le spore del botulino,121°C per tre minuti.

Un’alternativa valida sarebbe aggiungere alla minestra un additivo come il sorbato di potassio (E 202) , ma questo inficerebbe la natura salutistica del prodotto pubblicizzato come minestre senza additivi. Infine un’ultima nota dell’Istituto Superiore di Sanità consiglia, dopo l’apertura, di conservare la zuppa in frigorifero e di consumarla entro due giorni.

(*) Per garantire la sicurezza microbiologica Zerbinati fa una prima cottura delle verdure per 55 minuti a 101°C, poi mette insieme tutti gli ingredienti nei singoli vasetti dove vengono nuovamente sottoposti ad un trattamento di 55 minuti a 101°C per poi essere raffreddate e conservate in frigorifero, ma questo non elimina le spore del botulino.

giovedì 10 aprile 2014

Non mangiate frutti di bosco surgelati. Le persone colpite da epatite A sono 1.100 e l’epidemia continua. Situazione fuori controllo. Nessuna idea sull’origine

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Non mangiate frutti di bosco surgelati: l’epidemia di epatite A è fuori controllo, 1.110 le persone colpite
Ogni due  giorni cinque persone vengono ricoverate in ospedale per epatite A causata dall’ingestione di alimenti contenenti frutti di bosco surgelati o congelati. È quanto emergedall’ultima relazione del Ministero della salutesull’epidemia che da 14 mesi ha riguardato l’Italia. I numeri non lasciano spazio a dubbi, le persone colpite dal gennaio 2013 alla fine di febbraio di quest’anno sono state 1.463. Considerando che nel periodo precedente (novembre 2011 – dicembre 2012) erano 360, basta fare una sottrazione per rendersi conto che le vittime sono circa 1.100. La cifra è comunque sottostimata visto che molti cittadini colpiti da epatite A sfuggono al calcolo delle Asl. La regione con il maggior numero di casi è la Lombardia è 358, seguita da Emilia Romagna (154), Toscana (142) e Lazio (121), mentre in Sicilia sono solo 3. Siamo di fronte a un’epidemia classificata dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare come “internazionale”, che ha coinvolto oltre a 4 paesi del Nord Europa dove si sono registrati 71 casi (Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia) anche Irlanda e Francia con altri 16 episodi tutti associati all’ingestione di frutti di bosco.
La nota positiva del documento riguarda il dimezzamento dei casi in Italia nell’ultimo quadrimestre, ormai assestati a quota 40, anche se l’emergenza non si può certo considerare finita. A fronte di questa situazione il Ministero ha identificato 15 lotti di frutti di bosco contaminati ritirati dal mercato. Viene spontaneo chiedersi perché non siano stati presi analoghi provvedimenti a carico di altri 44 lotti fortemente sospettati di contenere il virus. C’è un altro elemento   difficile da capire, come mai non sono stati richiamati lotti di aziende che producono dolci o torte con frutti di bosco surgelati, distribuiti a ristoranti, pizzerie e altri esercizi commerciali?

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L’aspetto sconvolgente di questa storia è che la stragrande maggioranza delle persone continua a mangiare tranquillamente frutti di bosco ignorando il pericolo
L’aspetto sconvolgente di questa storia è che la stragrande maggioranza delle persone continua a mangiare tranquillamente frutti di bosco (more, ribes rosso, mirtillo e lamponi) presenti nelle torte, nei pasticcini e nei gelati, ignara del rischio di ammalarsi. Il discorso non riguarda solo i consumi domestici ma soprattutto i dolci consumati in ristoranti, pizzerie e altri esercizi commerciali.
La gestione dell’epidemia da parte del Ministero della salute è stata disastrosa e del tutto inefficiente. Di fronte ad un problema serio dove bisognava vietare per alcuni mesi la vendita di frutti di bosco surgelati, Beatrice Lorenzin ha pensato bene di pubblicare un appello in rete dopo 10 mesi! L’esito è stato che il 90% dei cittadini ha ignorato e continua a ignorare il problema. Un medico neolaureato in medicina specializzato in malattie infettive avrebbe saputo gestire meglio la situazione sia nei confronti della comunicazione ai cittadini sia sul fronte della produzione industriale. L’unica cosa da fare era decretare la sospensione della vendita dei frutti di bosco congelati e surgelati per qualche mese, come hanno fatto diverse catene di supermercati che da 6-8 mesi hanno tolto dai banchi freezer l’intero l’assortimento rendendosi conto della gravità della vicenda.

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La situazione resta ancora fuori controllo tanto che il Ministero della salute “non esclude l’eventualità che altri mix di frutti di bosco surgelati/congelati contaminati, possano essere presenti sul mercato”
La situazione resta ancora fuori controllotanto che il Ministero della salute “non esclude l’eventualità che altri mix di frutti di bosco surgelati/congelati contaminati, diversi da quelli oggetto di allerta possano essere presenti sul mercato”. Per questo le autorità raccomandano di consumare i frutti di bosco congelati/surgelati solo cotti, facendoli bollire (portandoli a 100°C) per almeno 2 minuti, non impiegare i frutti di bosco crudi per guarnire i piatti (ad esempio la superficie di una crostata, semifreddi, yogurt ecc., lavare accuratamente i contenitori e gli utensili usati per maneggiare i frutti di bosco scongelati”.

Se sul fronte della prevenzione la macchina sanitaria italiana ha dimostrato una disastrosa fragilità e una totale inesperienza, anche il sistema di tracciabilità europeo ha evidenziato debolezza e criticità. Dopo un anno di ricerche e di analisi la task force messa a punto al Ministero della salute per individuare l’origine dell’epidemia non ha sortito risultati. Gli esperti sembrano escludere l’ipotesi che sia stato un singolo ingrediente ad avere originato la contaminazione. Si pensa a un gruppo di produttori di una stessa area geografica, e a una successiva contaminazione nei centri di lavorazione o di smistamento della filiera distributiva.

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Siamo di fronte a un’epidemia classificata dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare come internazionale che ha coinvolto una decina di paesi
Purtroppo risalire all’origine dei frutti di bosco che hanno generato la contaminazione e individuare le cause non è facile perché la filiera è complessa. L’analisi della tracciabilità condotto su 20 lotti ha comportato l’esame di 830 transazioni commerciali che fanno riferimento a 331 fornitori di 25 paesi europei ed extra europei. Il numero medio di transazioni per ogni singolo lotto è di 56,6.
Ma siamo nell’ambito delle ipotesi mentre mancano le certezze. Questa situazione dimostra ancora una volta quanto sia insufficiente e fragile il sistema di tracciabilità messo a punto in Europa per individuare l’origine delle epidemie alimentari e per facilitare il ritiro e il richiamo di prodotti contaminati od oggetto di allerta sanitaria. Siamo di fronte a una situazione analoga a quella verificatasi per la carne di cavallo l’anno scorso, per i germogli di fieno greco e di soia in Germania nel 2012 che aveva provocato 41 morti e centinaia di ricoveri in ospedale, quando non si è riusciti a risalire all’origine dell’epidemia. Ma su questo tema ritorneremo.

Il nostro invito è di non consumare frutti di bosco. Lo abbiamo scritto quasi un anno fa e lo ripetiamo. Chiediamo al ministro Beatrice Lorenzin di affrontare con maggior coraggio questa situazione ormai fuori controllo, per tutelare la salute dei cittadini.
Un’ultima precisazione riguardo i gelati: nelle lavorazioni dei sorbetti la frutta fresca o surgelata non viene mai fatta bollire in gelateria. L’unico sistema per evitare il problema è non usare i frutti surgelati ma le puree di frutta (già pastorizzate). Crediamo che molti gelatieri utilizzino queste ultime, anche perché sono già state filtrate dai semi e sono più pratiche e igienicamente sicure. Nessun problema invece per lo yogurt visto che i frutti di bosco aggiunti sono spesso surgelati ma vengono sempre sottoposti a pastorizzazione da parte delle aziende.

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Il manifesto che il Ministero della salute ha diffuso dopo 10 mesi dall’epidemia, invita i consumatori a mangiare frutti di bosco congelati o surgelati solo dopo cottura!
Per sapere quali sono i sintomi dell’epatite A , come si cura e cosa fare consigliamo di leggere la nota redatta dal Ministero della salute, da cui abbiamo tratto questo paragrafo sull’incubazione e sulla durata della malattia.
L’epatite A, dopo un periodo di incubazione di 15-45 giorni dall’infezione, si manifesta con la comparsa di inappetenza, malessere generale, febbre e nausea. Dopo qualche giorno compare l’ittero, cioè la presenza di colorito giallognolo della pelle e delle sclere (la parte bianca dell’occhio) e delle mucose, dovuto alla aumentata concentrazione di bilirubina nel sangue a causa della diminuita funzionalità del fegato.
La malattia ha generalmente un’evoluzione benigna, dura dalle 2 alle 10 settimane, e dopo la guarigione conferisce un’immunità permanente. Non cronicizza mai.

Roberto La Pira
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